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Mentre si festeggia la liberazione di Raqqa, una nuova minaccia sembra si stia radicando nell’Algeria del presidente Bouteflika, gravemente malato. Una penetrazione jihadista che si finanzia coi migranti. E che dovrebbe spaventare l’Italia.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

In fuga da Raqqa, destinazione Nord Africa (e Yemen). L’Isis 2.0 ricomincia da qui. Algeria, laddove l’Europa scoprì sulla Sponda Sud del Mediterraneo – era il dicembre 1991 – l’orrore dei massacri, delle decapitazioni, delle città sotto assedio, di una guerra civile, durata undici anni, che provocò oltre duecentomila morti.

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Algeria, prossima fermata: Jihad. Sconfitto in Siraq, lo Stato islamico punta tutto sul Grande Maghreb e dopo Libia e Tunisia nel mirino è entrata l’Algeria, con le sue ricchezze petrolifere e la sua democrazia imbalsamata, dove un presidente da tempo gravemente malato, Abdelaziz Bouteflika, lega l’agonia personale a quella del regime di cui da oltre diciotto anni è l’asse portante.

La scelta di puntare sull’Algeria riflette anche una necessità vitale per l’Isis: mettere mano sui giacimenti petroliferi algerini, per contrabbandare il greggio, come è stato fatto quando le milizie di al-Baghdadi controllavano le aree dell’“oro nero” in Iraq, in Siria, in Libia. Lo scorso primo settembre, l’Isis ha rivendicato online, attraverso l’agenzia Amaq, l’attacco kamikaze del giorno prima contro una stazione in polizia in Algeria. Almeno due gli agenti rimasti uccisi.

Manifesto elettorale di Abdelaziz Bouteflika, in occasione delle presidenziali del 2014

Gli scontri armati tra terroristi e militari algerini sono frequenti e la penetrazione di terroristi dell’Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e di gruppi affiliati all’Isis sono quasi quotidiani e molto forte è l’influenza del gruppo salafita qaedista guidato dall’algerino Mokhtar Belmokhtar (più volte dato per morto) che si è poi unito al Mujao, il Movimento per l’Unità e la Jihad in Africa occidentale, nato nel 2011 in seguito a una scissione dall’Aqmi. Nell’Algeria in crisi avanzano i fondamentalisti e con essi carovane di predicatori che infiammano i maghrebini con sermoni violenti e reazionari come fece un anno fa il capo salafita algerino Abdel Fattah Zarawi che lanciò la proposta di chiudere tutte le chiese cristiane presenti in Algeria e trasformarle in moschee.

Le forze di sicurezza algerine combattono una guerra su frontiere estese e porose, come quelle con la Libia, con il Niger, il Mali o la Mauritania. Paesi in cui lo stato è molto debole, se non quasi del tutto inesistente, e dove i gruppi armati circolano liberamente e uniscono rivendicazioni territoriali, reti criminali, traffico di esseri umani e terrorismo islamico.

Secondo un recente report dell’Interpol, sono circa millecinquecento i terroristi che cercano di eludere l’imponente sistema di controllo delle frontiere. E cercherebbero di farlo, secondo l’Interpol, non in armi – peraltro facilmente reperibili in Algeria, dove sono giunte in grande quantità dalla Libia post-Gheddafi – ma seguendo la strada convenzionale del passaggio della frontiera, grazie a passaporti falsi, ma di perfetta fattura.

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E dopo la caduta di Raqqa il numero dei foreign fighter di rientro in Algeria è destinato a crescere (stesso discorso vale per la Tunisia e il Marocco). A dare conto, vi sono i siti legati alla nebulosa jihadista monitorati da Site: nelle ultime settimane sono aumentati gli appelli ai mujhaiddin impegnati in Siria di far rientro in Nord Africa, ai loro paesi di origine per fare del Grande Maghreb la nuova trincea più avanzata del Califfato: la testa di ponte per mirare all’Africa subsahariana, rafforzando il patto d’azione (e di affari) con Boko Haram in Nigeria e al-Shabaab in Somalia.

Così come è avvenuto in Libia, anche in Algeria l’Isis ha realizzato un sistema di alleanze con gruppi jihadisti locali: tra essi, il Jund al-Khilafah. Questo gruppo si è formato durante la guerra civile algerina degli anni Novanta per iniziativa di Abdelmalek Gouri, l’ex braccio destro di Abdelmalek Droukdel, leader di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi). È responsabile dell’attacco suicida al quartiere generale delle Nazioni Unite ad Algeri nel 2007, e dell’attacco presso la località di Iboudrarene nell’aprile 2014, dove trovarono la morte undici soldati algerini.

Figura chiave nella catena di comando dello Stato islamico è l’algerino Abu Mohammad al-Jazrawi. Un’Algeria “jihadizzata” è una minaccia diretta all’Italia. Un segnale in tal senso è l’incremento significativo di sbarchi di migranti algerini in Sardegna (il trecentoventi percento in più rispetto al 2016), oltre che il manifestarsi di una potenziale rotta di rientro in Europa per foreign fighter.

In Algeria esiste una vera e propria rete clandestina che per qualche centinaia di euro agevola i giovani a fare – illegalmente – il “grande salto” verso l’Europa. Punti di approdo: l‘Italia, attraverso la costa sarda di Teulada, o Lampedusa. A confermarlo, in un articolo intitolato “Le reti di contrabbando si fregano le mani di fronte alla crisi”, il quotidiano algerino El Watan. Che ha provato a ricostruire le modalità di questo business attraverso la voce di Ramzi (nome di fantasia), fratello di Walid, un ragazzo di ventitré anni che ha deciso di affidarsi ai trafficanti per lasciare il Nord Africa.

Tessera elettorale algerina

La novità degli ultimi anni per chi cerca “agganci” per imbarcarsi verso il Vecchio Continente, è sottolineato nell’inchiesta, realizzata a El Bouni, centro alla periferia della città costiera di Annaba, “punto di partenza preferito” per i viaggi della speranza degli harraga (così vengono definiti i migranti che si imbarcano illegalmente) verso la Sardegna, sta nella possibilità di trovare le persone giuste attraverso Facebook e i social network.

Questo perché – viene rimarcato – gli “specialisti nella tratta di esseri umani” riescono ormai ad adattare le loro “procedure operative ai tempi” moderni, offrendo “spedizioni in Europa in sicurezza e comfort con un rapporto qualità-prezzo impeccabile”.

Ramzi cita anche il listino prezzi: per partire alla volta della Sardegna, ad esempio, si spendono oggi fino a duecentomila dinari algerini (circa millecinquecento euro), mentre imbarcarsi per Lampedusa è più economico. In questo caso, però, gli algerini devono recarsi prima in Tunisia, procurarsi documenti falsi e poi spostarsi in Libia, nella zona di Zouara, distante solo dodici ore di mare dalle coste dell’isola siciliana. Opzione che va per la maggiore e che è stata scelta anche dal fratello di Ramzi, il quale per tutto l’iter ha pagato novecento euro in totale, ricevendo anche un “piccolo sconto per aver procurato ai trafficanti cinque clienti”.

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A rendere ancora più esplosivo lo scenario, è la situazione sociale in cui è costretto il popolo algerino: dieci milioni di persone vivono al di sotto del livello di povertà. Il crollo del prezzo del petrolio e la crisi finanziaria globale degli anni recenti hanno ridotto di non poco gli introiti nelle casse pubbliche (gli idrocarburi formano il novantacinque percento dell’export e il sessanta percento delle entrate fiscali dell’Algeria): i tagli alla spesa pubblica hanno ridotto i sussidi sociali e gli investimenti per l’edilizia sociale, tasse e bollette si sono alzate a fronte di consumi crescenti della popolazione.

Il progetto di stato-nazione – annota l’analista Mohamed-Ali Anouar – è in continuo fallimento, la memoria collettiva è spezzata e non c’è coesione sociale. In misura maggiore rispetto a molti altri paesi arabi, in Algeria il regime è isolato dalle critiche della comunità internazionale. Questo perché non dipende dal turismo come la Tunisia o dall’aiuto degli Stati Uniti come nel caso dell’Egitto. Per di più, la minaccia islamica post 11 settembre è stata una manna dal cielo per i generali che l’hanno saputa trasformare in una rendita straordinaria, garantendosi il sostegno incondizionato degli stati occidentali, soprattutto dal punto di vista degli armamenti. Lo stato d’emergenza – durato diciannove anni – ha impedito il cammino verso una qualsiasi forma di sviluppo e stato di diritto. I generali – co-responsabili dell’annullamento delle elezioni del 1992 – continuano a detenere il potere, ma la situazione geopolitica nel mondo e nel Nord Africa sta cambiando. In combinazione con il diffuso malcontento – che ha generato la caduta di Ben Ali, Mubarak e di Gheddafi – l’unica speranza realistica per il cambiamento in Algeria sarebbe quella di vedere finalmente l’esercito riprendere la strada verso le caserme e consegnare così ai politici il compito di guidare lo stato.

Una penetrazione jihadista in Algeria investe direttamente l’Italia, non solo in termini di sicurezza ma anche per ciò che concerne gli affari, visto che il nostro paese importa un terzo del gas e del petrolio algerino e ha quasi duecento imprese che operano sul territorio tra cui Eni, Ansaldo, Enel e Bonatti. La crisi economica e il malessere sociale s’innestano e vengono amplificati da una “democrazia imbalsamata”.

Tessera elettorale algerina

Quello che è entrato in crisi è il “sistema-Bouteflika”. Rimarca in proposito all’International press agency, Karim Metref:

Dalla fine ufficiale della guerra civile nel 1999, con l’adozione della “carta nazionale per la pace e la concordia civile”, la formula adottata dal sistema di governo di Bouteflika è stata quella della corruzione. Usare le enormi entrate della vendita degli idrocarburi per comprare la pace e la permanenza al potere. Comprati i guerrieri islamisti, che hanno accettato di scendere dalle montagne in cambio di vere e proprie fortune, comprata l’opposizione politica con posti, alti stipendi e privilegi, comprata la classe media con finanziamenti e occasioni di fare affari con lo Stato, comprati i leader dei giovani che scendevano per strada per manifestare il loro disagio, comprati i lavoratori e gli impiegati con l’aumento degli stipendi e delle pensioni e con i crediti per il consumo.

Oggi, aggiunge Metref,

Bouteflika, che ha quasi completamente eliminato i suoi principali rivali – il clan dei generali –  e ha concentrato tutto il potere intorno alla sua persona, è anziano e malato. Nel suo entourage non spicca nessuna figura in grado di riprendere il controllo della situazione. La rendita degli idrocarburi è scesa di molto rispetto agli anni precedenti alla crisi e non basta più per sostenere lo stile di vita troppo costoso del paese. Al di fuori del gas e del petrolio, l’Algeria importa quasi la totalità di ciò che consuma. Con l’esaurirsi delle riserve di denaro si intravede la fine di un’epoca. Il tempo delle larghe intese e della tranquillità comprata con i petrodollari sta per finire.

L’incubo jihadista nasce anche da qui.

Isis, la battaglia d’Algeri was last modified: ottobre 26th, 2017 by UMBERTO DE GIOVANNANGELI
Isis, la battaglia d’Algeri ultima modifica: 2017-10-26T08:00:11+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Umberto De Giovannangeli, da inviato speciale ha seguito per l’Unità gli eventi in Medio Oriente negli ultimi trent’anni. Collaboratore di Limes, è autore di diversi saggi, tra i quali “L’enigma Netanyahu”, “Hamas: pace o guerra”, “Al Qaeda e dintorni”, “L’89 arabo”, e “ Medio Oriente in fiamme”. Ha un blog sull'Huffington Post

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